martedì 23 dicembre 2025

S. NATALE - S. MESSA DELLA NOTTE



 

7 commenti:

  1. Antifona
    Il Signore mi ha detto:
    «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato». (Sal 2,7)

    Rallegriamoci tutti nel Signore,
    il nostro Salvatore è nato nel mondo.
    Oggi la pace vera è scesa per noi dal cielo.

    O Dio, che hai illuminato questa santissima notte
    con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo,
    concedi a noi, che sulla terra contempliamo i suoi misteri,
    di partecipare alla sua gloria nel cielo.
    Egli è Dio, e vive e regna con te.

    Prima Lettura
    Ci è stato dato un figlio.
    Dal libro del profeta Isaìa
    Is 9,1-6

    Il popolo che camminava nelle tenebre
    ha visto una grande luce;
    su coloro che abitavano in terra tenebrosa
    una luce rifulse.

    Hai moltiplicato la gioia,
    hai aumentato la letizia.
    Gioiscono davanti a te
    come si gioisce quando si miete
    e come si esulta quando si divide la preda.
    Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,
    la sbarra sulle sue spalle,
    e il bastone del suo aguzzino,
    come nel giorno di Màdian.
    Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando
    e ogni mantello intriso di sangue
    saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.

    Perché un bambino è nato per noi,
    ci è stato dato un figlio.
    Sulle sue spalle è il potere
    e il suo nome sarà:
    Consigliere mirabile, Dio potente,
    Padre per sempre, Principe della pace.
    Grande sarà il suo potere
    e la pace non avrà fine
    sul trono di Davide e sul suo regno,
    che egli viene a consolidare e rafforzare
    con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
    Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

    Parola di Dio.


    Salmo Responsoriale
    Dal Sal 95 (96)
    R. Oggi è nato per noi il Salvatore.
    Cantate al Signore un canto nuovo,
    cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
    Cantate al Signore, benedite il suo nome. R.

    Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
    In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
    a tutti i popoli dite le sue meraviglie. R.

    Gioiscano i cieli, esulti la terra,
    risuoni il mare e quanto racchiude;
    sia in festa la campagna e quanto contiene,
    acclamino tutti gli alberi della foresta. R.

    Davanti al Signore che viene:
    sì, egli viene a giudicare la terra;
    giudicherà il mondo con giustizia
    e nella sua fedeltà i popoli. R.


    Seconda Lettura
    È apparsa la grazia di Dio per tutti gli uomini.
    Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito
    Tt 2,11-14

    Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.
    Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

    Parola di Dio.


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    1. Acclamazione al Vangelo
      Alleluia, alleluia.

      Vi annuncio una grande gioia:
      oggi è nato per voi un Salvatore, Cristo Signore. (Lc 2,10-11)

      Alleluia.


      Vangelo
      Oggi è nato per voi il Salvatore.
      Dal Vangelo secondo Luca
      Lc 2,1-14

      In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
      Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
      Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
      C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
      E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
      «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
      e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

      Parola del Signore.

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  2. OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
    24 dicembre 2010

    „Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato“ – con questa parola del Salmo secondo, la Chiesa inizia la liturgia della Notte Santa. Essa sa che questa parola originariamente apparteneva al rituale dell’incoronazione dei re d’Israele. Il re, che di per sé è un essere umano come gli altri uomini, diventa “figlio di Dio” mediante la chiamata e l’insediamento nel suo ufficio: è una specie di adozione da parte di Dio, un atto di decisione, mediante il quale Egli dona a quell’uomo una nuova esistenza, lo attrae nel suo proprio essere. In modo ancora più chiaro la lettura tratta dal profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato, presenta lo stesso processo in una situazione di travaglio e di minaccia per Israele: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere” (9,5). L’insediamento nell’ufficio del re è come una nuova nascita. Proprio come nuovo nato dalla decisione personale di Dio, come bambino proveniente da Dio, il re costituisce una speranza. Sulle sue spalle poggia il futuro. Egli è il detentore della promessa di pace. Nella notte di Betlemme, questa parola profetica è diventata realtà in un modo che al tempo di Isaia sarebbe stato ancora inimmaginabile. Sì, ora è veramente un bambino Colui sulle cui spalle è il potere. In Lui appare la nuova regalità che Dio istituisce nel mondo. Questo bambino è veramente nato da Dio. È la Parola eterna di Dio, che unisce l’una all’altra umanità e divinità. Per questo bambino valgono i titoli di dignità che il cantico d’incoronazione di Isaia gli attribuisce: Consigliere mirabile – Dio potente – Padre per sempre – Principe della pace (9,5). Sì, questo re non ha bisogno di consiglieri appartenenti ai sapienti del mondo. Egli porta in se stesso la sapienza e il consiglio di Dio. Proprio nella debolezza dell’essere bambino Egli è il Dio forte e ci mostra così, di fronte ai poteri millantatori del mondo, la fortezza propria di Dio... Così l’adempimento della parola che inizia nella notte di Betlemme è al contempo immensamente più grande e – dal punto di vista del mondo – più umile di ciò che la parola profetica lasciava intuire. È più grande, perché questo bambino è veramente Figlio di Dio, veramente “Dio da Dio, Luce da Luce, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”. L’infinita distanza tra Dio e l’uomo è superata. Dio non si è soltanto chinato verso il basso, come dicono i Salmi; Egli è veramente “disceso”, entrato nel mondo, diventato uno di noi per attrarci tutti a sé. Questo bambino è veramente l’Emmanuele – il Dio-con-noi. Il suo regno si estende veramente fino ai confini della terra. Nella vastità universale della santa Eucaristia, Egli ha veramente eretto isole di pace. Ovunque essa viene celebrata si ha un’isola di pace, di quella pace che è propria di Dio. Questo bambino ha acceso negli uomini la luce della bontà e ha dato loro la forza di resistere alla tirannia del potere. In ogni generazione Egli costruisce il suo regno dal di dentro, a partire dal cuore. Ma è anche vero che “il bastone dell’aguzzino” non è stato spezzato. Anche oggi marciano rimbombanti i calzari dei soldati e sempre ancora e sempre di nuovo c’è il “mantello intriso di sangue” (Is 9,3s). Così fa parte di questa notte la gioia per la vicinanza di Dio. Ringraziamo perché Dio, come bambino, si dà nelle nostre mani, mendica, per così dire, il nostro amore, infonde la sua pace nel nostro cuore. Questa gioia, tuttavia, è anche una preghiera: Signore, realizza totalmente la tua promessa. Spezza i bastoni degli aguzzini. Brucia i calzari rimbombanti. Fa che finisca il tempo dei mantelli intrisi di sangue. Realizza la promessa: “La pace non avrà fine” (Is 9,6). Ti ringraziamo per la tua bontà, ma ti preghiamo anche: mostra la tua potenza. Erigi nel mondo il dominio della tua verità, del tuo amore – il “regno della giustizia, dell’amore e della pace”...

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  3. APERTURA DELLA PORTA SANTA E SANTA MESSA NELLA NOTTE
    INIZIO DEL GIUBILEO ORDINARIO SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO Basilica di San Pietro 24 dicembre 2024


    Un angelo del Signore, avvolto di luce, illumina la notte e consegna ai pastori la buona notizia: «Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Tra lo stupore dei poveri e il canto degli angeli, il cielo si apre sulla terra: Dio si è fatto uno di noi per farci diventare come Lui, è disceso in mezzo a noi per rialzarci e riportarci nell’abbraccio del Padre.

    Questa, sorelle e fratelli, è la nostra speranza. Dio è l’Emmanuele, è Dio-con-noi. L’infinitamente grande si è fatto piccolo; la luce divina è brillata fra le tenebre del mondo; la gloria del cielo si è affacciata sulla terra. E come? Nella piccolezza di un Bambino. E se Dio viene, anche quando il nostro cuore somiglia a una povera mangiatoia, allora possiamo dire: la speranza non è morta, la speranza è viva, e avvolge la nostra vita per sempre! La speranza non delude.

    Sorelle e fratelli, con l’apertura della Porta Santa abbiamo dato inizio a un nuovo Giubileo: ciascuno di noi può entrare nel mistero di questo annuncio di grazia. Questa è la notte in cui la porta della speranza si è spalancata sul mondo; questa è la notte in cui Dio dice a ciascuno: c’è speranza anche per te! C’è speranza per ognuno di noi. Ma non dimenticatevi, sorelle e fratelli, che Dio perdona tutto, Dio perdona sempre. Non dimenticatevi questo, che è un modo di capire la speranza nel Signore.

    Per accogliere questo dono, siamo chiamati a metterci in cammino con lo stupore dei pastori di Betlemme. Il Vangelo dice che essi, ricevuto l’annuncio dell’angelo, «andarono, senza indugio» (Lc 2,16). Questa è l’indicazione per ritrovare la speranza perduta, rinnovarla dentro di noi, seminarla nelle desolazioni del nostro tempo e del nostro mondo: senza indugio. E ci sono tante desolazioni in questo tempo! Pensiamo alle guerre, ai bambini mitragliati, alle bombe sulle scuole e sugli ospedali. Non indugiare, non rallentare il passo, ma lasciarsi attirare dalla bella notizia.

    Senza indugio, andiamo a vedere il Signore che è nato per noi, con il cuore leggero e sveglio, pronto all’incontro, per essere capaci di tradurre la speranza nelle situazioni della nostra vita. E questo è il nostro compito: tradurre la speranza nelle diverse situazioni della vita. Perché la speranza cristiana non è un lieto fine da attendere passivamente, non è l’happy end di un film: è la promessa del Signore da accogliere qui, ora, in questa terra che soffre e che geme. Essa ci chiede perciò di non indugiare, di non trascinarci nelle abitudini, di non sostare nelle mediocrità e nella pigrizia; ci chiede – direbbe Sant’Agostino – di sdegnarci per le cose che non vanno e avere il coraggio di cambiarle; ci chiede di farci pellegrini alla ricerca della verità, sognatori mai stanchi, donne e uomini che si lasciano inquietare dal sogno di Dio, che è il sogno di un mondo nuovo, dove regnano la pace e la giustizia.

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    1. -->Impariamo dall’esempio dei pastori: la speranza che nasce in questa notte non tollera l’indolenza del sedentario e la pigrizia di chi si è sistemato nelle proprie comodità – e tanti di noi, abbiamo il pericolo di sistemarci nelle nostre comodità –; la speranza non ammette la falsa prudenza di chi non si sbilancia per paura di compromettersi e il calcolo di chi pensa solo a sé stesso; la speranza è incompatibile col quieto vivere di chi non alza la voce contro il male e contro le ingiustizie consumate sulla pelle dei più poveri. Al contrario, la speranza cristiana, mentre ci invita alla paziente attesa del Regno che germoglia e cresce, esige da noi l’audacia di anticipare oggi questa promessa, attraverso la nostra responsabilità, e non solo, anche attraverso la nostra compassione. E qui forse ci farà bene interrogarci sulla nostra compassione: io ho compassione? So patire-con? Pensiamoci.

      Guardando a come spesso ci sistemiamo in questo mondo, adattandoci alla sua mentalità, un bravo prete scrittore così pregava per il Santo Natale: «Signore, Ti chiedo qualche tormento, qualche inquietudine, qualche rimorso. A Natale vorrei ritrovarmi insoddisfatto. Contento, ma anche insoddisfatto. Contento per quello che fai Tu, insoddisfatto per le mie mancate risposte. Toglici, per favore, le nostre paci fasulle e metti dentro alla nostra “mangiatoia”, sempre troppo piena, una brancata di spine. Mettici nell’animo la voglia di qualcos’altro» (A. Pronzato, La novena di Natale). La voglia di qualcos’altro. Non stare fermi. Non dimentichiamo che l’acqua ferma è la prima a corrompersi.

      La speranza cristiana è proprio il “qualcos’altro” che ci chiede di muoverci “senza indugio”. A noi discepoli del Signore, infatti, è chiesto di ritrovare in Lui la nostra speranza più grande, per poi portarla senza ritardi, come pellegrini di luce nelle tenebre del mondo.

      Sorelle, fratelli, questo è il Giubileo, questo è il tempo della speranza! Esso ci invita a riscoprire la gioia dell’incontro con il Signore, ci chiama al rinnovamento spirituale e ci impegna nella trasformazione del mondo, perché questo diventi davvero un tempo giubilare: lo diventi per la nostra madre Terra, deturpata dalla logica del profitto; lo diventi per i Paesi più poveri, gravati da debiti ingiusti; lo diventi per tutti coloro che sono prigionieri di vecchie e nuove schiavitù.

      A noi, tutti, il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta: dove la vita è ferita, nelle attese tradite, nei sogni infranti, nei fallimenti che frantumano il cuore; nella stanchezza di chi non ce la fa più, nella solitudine amara di chi si sente sconfitto, nella sofferenza che scava l’anima; nei giorni lunghi e vuoti dei carcerati, nelle stanze strette e fredde dei poveri, nei luoghi profanati dalla guerra e dalla violenza. Portare speranza lì, seminare speranza lì.

      Il Giubileo si apre perché a tutti sia donata la speranza, la speranza del Vangelo, la speranza dell’amore, la speranza del perdono.

      E torniamo al presepe, guardiamo al presepe, guardiamo alla tenerezza di Dio che si manifesta nel volto del Bambino Gesù, e chiediamoci: «C’è nel nostro cuore questa attesa? C’è nel nostro cuore questa speranza? […] Contemplando l’amabilità di Dio che vince le nostre diffidenze e le nostre paure, contempliamo anche la grandezza della speranza che ci attende. […] Che questa visione di speranza illumini il nostro cammino di ogni giorno» (C. M. Martini, Omelia di Natale, 1980).

      Sorella, fratello, in questa notte è per te che si apre la “porta santa” del cuore di Dio. Gesù, Dio-con-noi, nasce per te, per me, per noi, per ogni uomo e ogni donna. E, sai?, con Lui fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia, con Lui la speranza non delude.

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  4. NATALE ANNO A/ 25.12.2025
    Lc. 2, 1-14


    Mentre il potere divinizza se stesso per meglio dominare gli uomini, Dio si umanizza per salvarli. E’ questo il messaggio della notte di Natale che la chiesa ha scelto con il vangelo di Luca, il capitolo 2, la nascita di Gesù. “In quei giorni, un decreto di Cesare Augusto”, è Ottaviano ed è il primo che ha assunto come sottotitolo “Augusto”, cioè “degno di venerazione”. E’ il potere che si divinizza. “Ordinò che si facesse un censimento di tutta la terra”, per “terra” si intende tutta la terra abitata, cioè l’impero. Quindi è il potere che si divinizza per meglio dominare le persone, e soprattutto per sottometterle e riscuotere le tasse. Perché il censimento serviva a questo, al pagamento di tutte le tasse. E l’evangelista ci dà anche delle indicazioni riguardo a questo censimento, ma quello che vuole trasmettere l’evangelista non è tanto un resoconto storico, quanto teologico. Il censimento, nella Bibbia, veniva sempre visto come un attentato contro Dio, perché Dio era il Signore della terra e degli uomini. Quindi qui c’è un’usurpazione e il movimento degli zeloti è nato come resistenza, come protesta contro queste forme di censimento. Ebbene, in questo contesto, scrive Luca, “Dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide”, e qui c’è una sorpresa. Luca scrive “La città di Davide chiamata Betlemme”, ma nella Bibbia la città di Davide è sempre stata Gerusalemme, la capitale dove questo re ha iniziato la sua monarchia, il suo regno. Ebbene l’evangelista non è d’accordo, la città di Davide è Betlemme. A Betlemme Davide era pastore, a Gerusalemme era re; vuol far comprendere che colui che sta per nascere non avrà i tratti del re, ma i tratti del pastore. Scrive Luca che “Giuseppe doveva farsi censire insieme a Maria sua sposa”, e qui meraviglia trovare questa espressione. Il matrimonio ebraico era fatto in due tappe: la prima, lo sposalizio, e la seconda, le nozze. Ebbene, qui è una coppia che è rimasta nella prima fase del matrimonio, lo sposalizio. Questo termine “sposa” destava grande scandalo nella comunità cristiana primitiva, che nel IV secolo venne sostituito con il più adeguato “moglie”, perché altrimenti sembrava una coppia irregolare, che non era passata alla seconda parte del matrimonio. “Mentre si trovavano in quel luogo si compirono per lei i giorni del parto”. Ci sono delle tradizioni, belle, romantiche, sentimentali sul Natale, che però rischiano di travisare il messaggio dell’evangelista. Non è che mentre arrivavano a Betlemme si compirono i giorni del parto, ma, scrive l’evangelista “mentre si trovavano in quel luogo”. Il percorso da Nazareth a Betlemme veniva fatto a piedi, ebbene, una donna agli ultimi mesi di gravidanza non poteva certo percorrere quel tragitto. Quindi sono arrivati quando Maria ancora poteva permettersi tutto quel viaggio. “Diede alla luce il suo figlio primogenito”, perché l’evangelista ha scritto che questo figlio è il primogenito? Questo significa che dopo ce ne sono altri? No. E’ che “primogenito” è il figlio maschio primogenito che va consacrato - secondo quanto prescrive il libro dell’Esodo al capitolo 13, versetto 2 – al Signore. Quindi Gesù sarà sacro al Signore. “Lo avvolse in fasce”, il dettaglio delle fasce è un richiamo al libro della Sapienza per indicare che Gesù nasce come tutti. Infatti nel libro della Sapienza si legge che “fui allevato in fasce, circondato da cure; nessun re ebbe una vita diversa. Una sola è l’entrata nella vita e uguale ne è l’uscita”. Quindi Gesù nasce come tutti gli altri bambini. “E lo pose in una mangiatoia”, anche la mangiatoia è un richiamo al profeta Isaia, dove dice che “il bue riconosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”.



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    1. Attraverso questi richiami l’evangelista vuol far comprendere che Gesù, come scrive Giovanni nel suo prologo, venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto, non l’hanno riconosciuto. “Perché per loro non c’era posto …”. In passato l’errata traduzione del termine greco con “albergo”, diede origine alla storia di questa coppia che non trovava posto. “Non c’era posto nell’alloggio”. L’alloggio palestinese normalmente è fatto in questa maniera: c’è una parte scavata nella roccia che è la parte più sana, più sicura, più pulita, dove vengono conservati i generi alimentari – e dove c’è la mangiatoia – poi una parte in muratura, un’unica stanza, dove avviene tutta la vita della famiglia. Quindi lì si cucina, si dorme, si mangia.
      Quando una donna partorisce, secondo il libro del Levitico, è impura, quindi tutto quello che tocca, o le persone che avvicina, diventano impure e non può stare lì. Ecco perché non c’è posto per lei lì nell’alloggio e deve andare nella parte interiore.
      “C’erano in quella regione alcuni pastori”. Quando l’evangelista ci presenta i pastori, non intende raffigurarci i bei personaggi del nostro presepio. A quell’epoca, prescrive il Talmud, nessuna condizione al mondo è disprezzata come quella del pastore. I pastori, lontani dalla società civile, non erano pagati, vivevano di furti, non avevano diritti civili. Non potendo andare in sinagoga o al tempio per purificarsi, erano l’emblema, l’immagine del peccatore impuro. Per loro non c’era salvezza. Ebbene, quando verrà il messia, questi pastori, insieme ai pubblicani, saranno i primi della lista ad essere eliminati. Scrive l’evangelista che “Un angelo del Signore”, è la terza volta che compare questo personaggio. Per “angelo del Signore” non si intende mai un angelo inviato dal Signore, ma è Dio stesso quando comunica con gli uomini. Quindi la formula “angelo del Signore”, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, indica sempre il Signore quando entra in relazione con gli uomini. E’ la terza volta che appare, e sempre in relazione alla vita. La prima volta per annunziare la vita di Giovanni al padre, a Zaccaria; la seconda per annunziare la vita di Gesù a Maria e adesso il Salvatore ai pastori. “Si presentò a loro”. Questo angelo del Signore veniva rappresentato, nell’Antico Testamento, con la spada sguainata, pronto a castigare i peccatori. Ebbene, quando Dio si presenta di fronte ai peccatori, non li minaccia, non li castiga, non li fulmina, ma - ecco la novità, è la Buona Notizia di Gesù – “La gloria del Signore li avvolse di luce”. Luca smentisce tutta la teologia preesistente, di un Dio che giudica, che minaccia o che castiga. Quando Dio si incontra con i peccatori non fa altro che avvolgerli con la sua luce, la luce del suo amore. Ma i pastori non lo sanno, e infatti, scrive l’evangelista “sono presi da grande timore”, perché sapevano quello che li aspettava, “ma l’angelo disse loro Non temete: ecco, vi annuncio un grande gioia”, la grande gioia della Buona Notizia scaccia il grande timore. E qual è la grande gioia? Che “nella città di Davide è nato per voi”, è nato chi? Il giustiziere, il messia castigamatti? No, “un Salvatore”. Gesù non sarà un giudice, ma sarà un Salvatore. D. FREDO

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